[File02/II]

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PRESAGIO

L’oscurità inizia a mostrare le sue forme.

«Qualcosa non va, signore?»

«No. Un riflesso.»

«Capita.» La voce di Marcus era calma, ma aveva in sé una gravità quieta.

Alaric tornò a sedersi, cercando di riprendere il filo della riunione. Ma quel piccolo istante, quel minuscolo scarto nella continuità, gli rimase dentro come un granello di sabbia in un ingranaggio perfetto. Ore 11:45. La pausa sul terrazzo, la città sembrava sospesa. Le auto si muovevano in basso, ma il rumore arrivava ovattato, come attraverso uno strato di vetro. Alaric appoggiò le mani alla ringhiera osservando le strutture. Marcus gli stava accanto, come sempre.

«Sai, Marcus,» disse a bassa voce, «a volte mi chiedo se il mondo si muova davvero là sotto, o se siamo noi a girare attorno alla stessa illusione.»

Marcus non rispose subito. Guardava il cielo, un grigio uniforme che non prometteva nulla. «Le illusioni, signore, a volte tengono in piedi più della verità.»

«Cosa vuoi dire?»

«Che la realtà non sopporta la calma troppo a lungo. Prima o poi, qualcosa si rompe.» Alaric si voltò verso di lui, ma l’altro restava immobile, impassibile. Una folata di vento spostò appena i capelli di Marcus. Poi il silenzio tornò a riempire tutto.

Nel pomeriggio il ticchettio dell’orologio sembrava scandire non il tempo stesso, ma la ripetizione di un momento infinito che non avanzava. Sul tavolo, i fascicoli erano disposti in file perfette, non spostate un millimetro. Ogni documento firmato, ogni mail archiviata. Ordine. Pulizia. Controllo.

Quel giorno, Alaric continuava ad avvertire una piccola sensazione, qualcosa di diverso: come se ogni gesto, ogni firma, ogni sguardo, ogni parola, fosse la replica di un copione che lui stesso aveva scritto e dimenticato. Quell’insistente sensazione non voleva lasciarlo. Amava la sua vita così com’era, non l’avrebbe scambiata nemmeno sotto ricatto. Fosse stato il tipo d’uomo da déjà-vu, avrebbe potuto esultare per averne appena calpestato uno, ma lui di certo non lo era. I computer non presentavano tali assurdità, un bug va sistemato in sicurezza nel minor tempo possibile per non creare perdite. Nient’altro esisteva, questo era e tale doveva rimanere.

Allora perché? Perché improvvisamente si sentiva irrequieto?

La notte precedente aveva dormito. Il suo fabbisogno regolare di riposo era stato completato. Avrebbe dovuto farsi visitare per sicurezza?

«Marcus,» disse dopo un lungo silenzio, «non ti sembra mai che le giornate si somiglino troppo?» L’uomo lo guardò, leggermente sorpreso. Erano giorni che il capo faceva domande insolite.

«La somiglianza è sicurezza, signore.»

«O anestesia.»

«Dipende da cosa si cerca di non sentire.»

Alaric socchiuse gli occhi. «E tu, cosa pensi che io stia cercando di non sentire?»

Marcus esitò. Poi rispose, piano:

«Forse, il rumore del vuoto. Quello che si sente quando tutto funziona troppo bene.»

Alaric non replicò. La sua guardia lo conosceva bene. Un ronzio lieve proveniva dal sistema di ventilazione. Un suono innocuo sentito spesso, ma il tic, tic sbiadito dal vento, in quel momento gli parve comunque invadente, troppo insistente, come volesse ricordargli qualcosa, come una presenza invisibile nell’ombra. Si alzò, camminando verso la finestra. La città sembrava immobile, nulla di diverso. Ma, per un secondo, ebbe l’impressione che la luce fosse cambiata. Un’ombra più lunga. Un riflesso più freddo mischiato fra i raggi del sole. Tutto tornò normale.

Vale batté più volte le palpebre, pensando di non aver messo il collirio quel giorno. La giornata si concluse, alle ore 18:00, con la stessa precisione con cui era iniziata. Il sole calava dietro i palazzi, e le luci dei piani superiori accendevano la sera come un’altra forma di ordine.

Marcus aprì la portiera, Alaric entrò. Il silenzio li accompagnò fino al parcheggio sotterraneo dell’attico. Nell’ascensore, Alaric guardò il proprio riflesso. Lo stesso di sempre, eppure… per un attimo, gli parve che l’immagine nel metallo non fosse perfettamente sincronizzata. Un impercettibile ritardo. Un insolito bug risolvibile. Si voltò verso Marcus, mentre la luce dell’ascensore gli faceva l’occhiolino.

«Hai mai avuto la sensazione che tutto questo, i giorni, il lavoro, la calma, sia una specie di recita?»

Marcus inclinò appena la testa, doveva pensare bene alla risposta o, meglio, alle parole che avrebbe dovuto usare. «Ogni ordine è una finzione, signore. La differenza è solo in chi riesce a crederci di più.»

L’ascensore si fermò. Le porte si aprirono. Stesso corridoio. Stesso odore. Stessa vita. Alaric congedò l’uomo accanto a lui e si diresse verso la vasca da bagno. Alla cena pensava sempre lui prima di andarsene ma, quella sera, aveva dimenticato di versargli dell’acqua.

Forse lo aveva distratto con le sue domande?

Marcus non ometteva mai di fare qualcosa. Quella notte il CEO, prima di addormentarsi, pensò per la prima volta, che il giorno seguente avrebbe avuto lo stesso identico sapore del precedente e quella strana certezza non gli dava più tanto conforto. Ora un’inquietudine quasi impercettibile lo stava avvolgendo un abbraccio caldo in una giornata nevosa. Un presagio, forse.

No, solo un riflesso.

Chi sono le ombre? Cosa rappresenta davvero quell'oggetto?
I Segreti di Villa Specchio anche su YouTube: @Simo-v5t

L’Anomalia è ben radicata e nascosta nella parte più profonda del riflesso. Non specchiarti troppo o tirerà giù anche te!

EASTER EGG (osserva bene):

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