Progetto Oracle

Il terrore è un’emozione sincera e lo Specchio lo sa.
Ogni giorno, alle cinque e trenta precise, la sveglia del suo telefono vibrava una sola volta, mai un suono, solo quel tremito discreto che lo riportava alla realtà. Nessun allarme, nessuna musica. Alaric non amava i suoni imprevisti. In realtà erano davvero poche le cose a lui care, riuscire a contarle con una mano poteva già ritenersi un lusso. Dipingere al mattino, dopo una breve corsa, era una di queste.
Il solito caffè, fin troppo amaro, obbligatoriamente sprovvisto di qualsiasi cosa assomigliasse a zucchero, scorreva nella sua tazza bianca dal manico appena sporgente, mentre fuori la città si svegliava sotto un’odierna luce color piombo. I vetri del suo attico riflettevano il traffico nascente come un flusso silenzioso di pensieri.
Alle sette e dieci precise, Marcus bussava due volte. Sempre due. Stesso tono, stessa frequenza. Entrava senza parlare, controllava le stanze, poi si fermava accanto alla finestra, in attesa. Il rituale si ripeteva ogni giorno, come un codice implicito.
«Tutto bene?» chiese Alaric, senza voltarsi.
«Sì, signore. Auto pronta. Percorso libero fino al centro.»
Marcus aveva una voce bassa, neutra, come se pesasse ogni parola prima di lasciarla uscire. Alaric lo apprezzava proprio per questo: attenzione, disciplina, discrezione. A volte pensava che Marcus fosse l’unica persona con cui potesse trascorrere ore intere senza sentirsi costretto a fingere qualcosa. L’unico di cui riuscisse veramente a fidarsi.
Scese nel garage sotterraneo con passo deciso. L’ascensore rifletteva la sua immagine nel metallo lucido: il completo scuro impeccabile, camicia bianca, la cravatta blu notte, e lo sguardo di chi è abituato a comandare ma, dietro quella calma levigata, si intravedeva una stanchezza sottile, quasi impercettibile. Un’ombra di insonnia, forse, o di pensieri che non trovano spazio per riposare.
L’abitacolo della vettura era una bolla pressurizzata di silenzio e vera pelle. Per il CEO della Novaveris, la città esisteva solo come una sequenza di immagini in movimento, filtrate attraverso il vetro polarizzato e blindato.
Era la tipica mattinata ancora nebbiosa, ma l’aria densa e carica di nostalgia ignota non arrivava mai a disturbare il clima perfettamente controllato dell’auto. L’azienda di famiglia aveva sede nel distretto finanziario, e questo influenzava la prospettiva di Alaric. La sua visione del mondo era verticale, definita da piani alti e distanze incolmabili.
Mentre l’auto si muoveva in superficie, non vedeva il marciapiede, ma le fondamenta di acciaio che sostenevano la sua bolla. I primi piani dei grattacieli erano sfocati e insignificanti; la sua attenzione era sempre rivolta alle cime, dove il vetro e l’alluminio si fondevano con il cielo. L’unico punto di vista che contava, secondo Alaric, era quello che dominava. Il resto era solo rumore.
La flebile luce del sole si rifletteva sulle facciate a specchio dei palazzi, creando lampi intermittenti che la sua visione prospettica registrava in modo sublime. Non sapeva vedere il futuro, ma registrava mentalmente la perfezione algoritmica della città, come un gioco: la sincronizzazione dei semafori, il flusso ottimizzato del traffico, la precisa distanza tra gli edifici. Tutto aveva uno schema preciso e ordinato. Un sistema complesso, quasi biologico, che si muoveva con la fredda logica di un computer ben programmato.
Lui adorava i computer. Meno le persone.
Il mondo al di fuori del vetro blindato era ridotto a un rumore di fondo visivo ed emotivo. Le persone, i pendolari con gli zaini, i corrieri sulle biciclette, gli agenti di sicurezza agli angoli, erano semplici variabili nel vasto algoritmo urbano. Alaric non provava empatia, né interesse; li vedeva come elementi necessari per il funzionamento del sistema che lui dirigeva.
«Capo, è arrivato il rapporto preliminare dal laboratorio AI. Sembra che il progetto Oracle abbia superato il test della settimana scorsa con un margine inatteso.»
«Bene. Inatteso non è abbastanza. Vogliamo l’assoluto. La programmazione di base deve essere inattaccabile. Nessuna variabile emotiva. La stabilità è il nostro marchio.» chiese Alaric, senza mai distogliere lo sguardo dal finestrino.
L’unica emozione che Alaric riconosceva in quel momento era una sottile, costante pressione. Non la paura di un nemico, ma la pressione di mantenere il controllo attivo su Novaveris, una responsabilità che lo teneva sempre un passo avanti. Mentre l’auto svoltava sul viale principale, la facciata grigia e ordinaria della città lasciava spazio a strutture più audaci, il segno che si stavano avvicinando al centro del potere.
Gli edifici scorti durante il tragitto erano progettati su base minimalista: vetro curvo, acciaio spazzolato, giardini pensili che sfidavano la gravità. Rappresentavano tutto ciò che doveva tenersi lontano dall’ideologia di Novaveris: l’intersezione imperfetta tra la natura e la logica scientifica. Vale si sentiva perfettamente a suo agio in questo ambiente di precisione chirurgica che era la sua azienda.
Arrivati di fronte a quello che, ironicamente, poteva definirsi un “cuore operativo”, Alaric prese la sua ordinata ventiquattrore. L’ultimo sguardo all’esterno era una conferma del suo posto nel mondo: un’architettura perfetta, un sistema funzionante.
La Novaveris, con i cambiamenti rapportati nel tempo, era divenuta il suo capolavoro più grande, lui l’architetto. Non c’era spazio per l’irregolarità o per la follia, né qui, né nella sua vita. Aprì la portiera dell’auto e si avviò verso l’ingresso, del tutto ignaro che il mondo che aveva così meticolosamente programmato presto avrebbe subito qualche piccola modifica.
La giornata in azienda scorreva come un meccanismo perfettamente calibrato. Le sue regole erano legge. La Novaveris Corporation occupava tre piani di un grattacielo nel cuore pulsante della città. Ogni dettaglio, dai toni del pavimento ai vetri antiriflesso, parlava di controllo e potere. Alaric camminava tra le scrivanie senza alzare la voce. Bastava la sua presenza per far tacere un mormorio o far accelerare il battito di qualche nuova stagista.
Ore nove, la prima riunione.
Ore dieci, la videoconferenza con il consiglio.
Ore undici, revisione dei report di marketing.
La sua vita era un’agenda che respirava al ritmo delle scadenze. Marcus restava a pochi metri di distanza, come un’ombra vigile. Nessuno sapeva molto di lui, tranne Alaric. Forse, neppure lui sapeva abbastanza.
Pausa caffè sempre alle ore 11:45.
Alaric chiuse il laptop, lasciando la sala riunioni in silenzio. Marcus lo seguì fino alla terrazza, dove il vento portava l’odore del cemento e dell’asfalto bagnato. Quell’odore con la luce solare che gli scaldava il volto non doveva essere possibile.
«C’è qualcosa che non va, Marcus?»
«No, signore. Solo… troppa quiete oggi. Di solito, quando è tutto calmo, qualcosa si muove sotto la superficie.» Alaric lo guardò per un istante, accennando un sorriso.
«È una visione paranoica o un sesto senso da professionista?»
«Un po’ di entrambi, direi.»
«Allora spero che oggi il tuo sesto senso sia in errore. Non ho tempo per imprevisti.»
Marcus annuì, ma il suo sguardo restò fisso oltre il parapetto, verso la città che ribolliva sotto il sole. Alaric lo imitò, ma per un istante sentì una stretta alla gola: come se la calma che aveva costruito attorno a sé fosse solo una lastra sottile sopra un abisso. Sul tavolo del suo ufficio, le firme dei contratti si alternavano alle notifiche.
Il ticchettio dell’orologio era l’unico suono costante.
Marcus restava in piedi accanto alla porta, silenzioso.
Dalla terrazza comunicante col suo studio all’ultimo piano, Alaric scrutava un paesaggio, come lo definiva lui, tecnologico. La città si estendeva sotto di loro come una vasta scheda madre luminosa, un intrico geometrico di edifici che si protendevano verso l’orizzonte.
Le superfici a specchio dei grattacieli catturavano e riflettevano il cielo di un blu metallico, creando un mosaico di luce frammentata che scintillava sotto il sole di metà giornata.
Le strade erano sottili nervature grigie, percorse da micro-sciami di veicoli che sembravano insetti programmati. In lontananza, le torri più alte sfumavano in una foschia azzurrognola, quasi evanescenti, mentre in primo piano i tetti dei palazzi adiacenti presentavano giardini pensili impeccabilmente curati, vistose piscine a vista, in mezzo ad un grigio brillante e piazzole per droni di consegna.
Era un paesaggio privo di difetti, dove ogni elemento era frutto di una pianificazione meticolosa, un’espressione tangibile del controllo e dell’ordine che Alaric ammirava e incarnava. Non c’erano grandi imperfezioni, solo la fredda, rassicurante bellezza di un mondo progettato.
«Marcus,» disse Alaric improvvisamente, «ti capita mai di chiederti se questa routine serva davvero a qualcosa?» L’altro lo fissò un momento, sorpreso da una domanda così personale e molto, molto lontano dal suo solito comportamento.

La risposta vi attende nel prossimo capitolo:
Alaric ha appena varcato la soglia, e tu con lui. Ti ringrazio per aver osato spingerti fin qui. Il mistero di Villa Specchio continua il prossimo weekend: non lasciare che ti aspetti invano. Iscriviti per ricevere il prossimo frammento direttamente nella tua casella:
EASTER EGG (osserva bene):
“Hai trovato solo un piccola crepa. La verità su Villa Specchio è più profonda di quanto pensi.”


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