Capitolo 1 – Parte I

La simmetria del fango.

Lo Specchio sa già che stai guardando.

7 marzo

C’era una macchia di umidità sul soffitto dell’ufficio di Alaric Vale, proprio sopra la sua poltrona di pelle. Una macchia che non sarebbe dovuta esistere in un edificio a clima controllato dal prezzo “non quantificabile”. Se qualcuno l’avesse osservata con attenzione, avrebbe notato che non si espandeva come l’acqua, ma seguiva le linee di una calligrafia antica, una parola scritta col fango che attendeva solo che il CEO alzasse lo sguardo. Ma Alaric, quella mattina, guardava solo il suo caffè.

Il giorno iniziava sempre nello stesso modo per Alaric Vale.

Non importava ci fosse pioggia o vento, nuvole o ciel sereno, quell’uomo impassibile proseguiva deciso per la sua strada, come una sorta di rito a cui non poteva rinunciare. Ogni gesto, ogni parola, ogni scelta appariva misurata al millimetro, come se la spontaneità fosse una debolezza di cui diffidare. Non alzava mai la voce. Non lasciava mai che l’emozione deformasse il tono. Persino il suo silenzio sembrava studiato per comunicare autorità. Aveva poco più di trent’anni, ma il suo volto non mostrava né giovinezza né vecchiaia: solo precisione. Lineamenti netti, occhi chiari e fermi, di un grigio quasi metallico, che osservavano più che guardare.

Quando qualcuno gli parlava, Alaric sembrava ascoltare non tanto le parole, quanto il modo in cui venivano pronunciate. Era il tipico uomo abituato a leggere il sottotesto delle cose. I suoi abiti erano sempre impeccabili, costosi quanto eleganti, selezionati con la stessa logica con cui un architetto sceglie i materiali per una struttura portante. Completi scuri, tessuti lisci, cravatte dai toni sobri. Non portava profumo: diceva che l’odore naturale della pelle era un segno di autenticità, purché fosse pulito.

Il suo ufficio era l’estensione del suo corpo: ordinato fino all’ossessione ma, forse, non troppo sobrio. Niente oggetti personali ma l’esposizione di fotografie, dipinti e molte altre forme d’arte era divenuta un’abitudine nell’intero complesso aziendale.

Il suo carattere proponeva un cliché di fanatico minimalista, che si circondava solo di ciò che era necessario al lavoro ma con grande sorpresa di tutti, dopo il suo insediamento come CEO, aveva riprogettato l’interno in base ai suoi gusti personali senza, ovviamente, venire meno alla ferrea simmetria che primeggiava costantemente.

Ogni volta che qualcuno spostava anche di pochi centimetri una penna o un documento, soprattutto nel suo ufficio, Alaric la rimetteva al suo posto senza dire una parola, ma con un gesto lento, preciso, come se stesse riparando un equilibrio invisibile.

Non delegava mai completamente, anche quando affidava compiti ai suoi dirigenti, trovava sempre il modo di verificare i risultati, controllare i dettagli, correggere discrepanze. Era capace di ricordare numeri, date e nomi con una precisione quasi inumana ma, dietro quella lucidità, si celava una tensione costante: il timore che qualcosa, o qualcuno, potesse sfuggirgli.

Dormiva poco, non per mancanza di tempo, ma per una forma di diffidenza nei confronti del sonno. Dormire significava cedere il controllo e Alaric non lo cedeva mai, nemmeno per riposare. Anche nei momenti di apparente calma, si percepiva in lui una vigilanza sottile, come se stesse monitorando ogni respiro, ogni microscopica variazione dell’ambiente. Non tollerava il rumore improvviso, le voci troppo alte, la luce instabile. Tutto doveva essere lineare, regolare, prevedibile.

Chi lo conosceva solo superficialmente lo descriveva come un uomo impeccabile, brillante, di un’intelligenza rara. Chi lo conosceva meglio, pochissimi, capiva che quella perfezione era una corazza. Un modo per tenere lontano il caos, dentro e fuori di sé. La sua più grande paura non era il fallimento, ma la perdita di controllo.

L’imprevisto lo irritava in modo viscerale. Un ritardo di cinque minuti, un contrattempo tecnico, una decisione non autorizzata, bastavano a incrinare la sua calma apparente e a fargli contrarre la mascella, a far scattare quello sguardo freddo che non era rabbia, ma difesa. Eppure, dietro quella corazza, si intuiva qualcosa di fragile. Un uomo che cercava nel controllo una forma di sicurezza, non di potere. Come se, mantenendo ogni cosa al suo posto, potesse impedire al mondo, oppure a sé stesso, di crollare.

Forse, nel cuore, Alaric Vale non era un uomo freddo, ma un uomo spaventato dal disordine, dall’imprevisto, dalle emozioni, atterrito dalla possibilità che esistesse qualcosa che non poteva misurare, calcolare, o ricondurre a un sistema.

Forse, proprio per questo, la sua calma appariva così solida: perché era costruita sul terrore di perderla.

Leggi attentamente prima che l'indizio venga rubato.

La presentazione ora è finita.

Ora che conosci il cuore di Alar Vale, è tempo di scoprire cosa nasconta la sua ombra.

La Parte II emergerà dall’Abisso il prossimo weekend. Riuscirai a resistere fino ad allora senza specchiarti?

EASTER EGG (osserva bene):

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